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La Confederazione ha detto no agli stranieri e il "Corriere" se ne lagna. [1/3]

Il tema della Cittadinanza agli stranieri deve avere toccato un nervo scoperto al Corriere della Sera. Che ci fosse un diffuso senso di malessere di fronte alla sensazione dell’intenzione di voto dell’elettorato svizzero lo si era già ripetutamente avvistato nell’arco della settimana; dalla sottolineatura dei manifesti contro la “naturalizzazione di massa”, targati come estremisti, ai variati e sfavorevoli commenti sulla eventuale chiusura nazionalista svizzera. Ma che proprio il voto degli elettori elvetici non andasse giù alla redazione del quotidiano milanese (nel senso di ubicazione geografica, s’intende…) se n’è ha avuta la prova oggi: da una parte il servizio dell’inviato Costantino Muscau che definisce sconfitti i “[…] fautori dell’apertura, dell’integrazione, della tolleranza […]”, dall’altra una autentica gemma, una intervista a tal Lodovico Valsecchi, trombato
 






all’esame sulla storia della Svizzera per l’ennesima volta che sperava nel Referendum per essere ripescato, graziato, condonato (tipico fenomeno di folclore italiano). Torniamo per un attimo al Muscau: l’equazione fatta è semplice, votare sì alla naturalizzazione facile sarebbe stato un gesto di civiltà, di tolleranza, di amicizia fra i popoli; votare no, come si è verificato, significa essere incivili, intolleranti, pavidi ed egoisti (altro termine utilizzato nell’editoriale del Gaspare Barbiellini Amidei). Se ne deriva che per il Muscau gli svizzeri sono un popolo chiuso, intollerante, negretto. Orbene, a questo punto urge una precisazione: quali sono le condizioni intolleranti ed incivili ed egoistiche per poter ottenere la cittadinanza svizzera? I requisiti sono tre: soggiornare nella Confederazione da almeno 12 anni, non essere un pericolo per la Comunità, conoscere la storia della Svizzera. Ce n’è da crogiolarsi per i difensori dei diritti umani. [continua 2/3]