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Sulla Pena di Morte

Non esiste atto altrettanto ingiustificabile, inumano ed inaccettabile per ogni tempo, condizione e luogo che la pena di morte. Non esiste alcuna entità o società che possa assurgersi l'autortià di decidere del diritto "fondamentale" di qualsiasi uomo alla Vita, diritto che deve essere a fondamento di ogni tipo di costituzione che regoli la vita di relazione deglu uomini, a prescindere da qualsiasi convincimento o credo religioso, seppure questo ne sia una riprova. Perdendo questa consapevolezza si aprono baratri disarmanti nei percorsi sia ideologici che pragmatici del vivere sociale, capaci di minare ogni tentativo di convivenza comunitaria, avente come fondamento il libero arbitrio e il senso di responsabilità dell'uomo. La pena di morte deve essere considerata un indice importante per giudicare il livello di civilizzazione
 






raggiunto da una società: a riguardo fa specie che la costituzione degli Stati Uniti, una delle più moderne e funzionali del mondo, contempli ancora una posizione così sbagliata a riguardo. Non deve essere la paura di colpire uyn innocente piuttosto che un colpevole, né l'effettiva validità della pena come deterrente per la criminalità, e neppure l'entità del crimine che possono giustificare il ricordo alla pena capitale come soluzione. Il problema sta a monte: una società umana progredita, che si basa sulle fondamenta della libertà e della responsabilità individuale rifiuta, ed anzi conbatte questa istituzione barbarica come attentatrice alla propria esistenza: altrimenti è la stessa società a porre le basi per trasformarsi in un "mostro", in grado di determinare, a seconda delle mutate fenomenologie del pensiero, la leicità della Vita dei suoi componenti.
[continua 2/2]